top of page

L’aggressività femminile: il volto oscuro di una identità negata.

  • Immagine del redattore: maria zeccato
    maria zeccato
  • 20 giu 2021
  • Tempo di lettura: 11 min

“Non sopporto più la mia solitudine.. non riesco a trovare un uomo che mi ami …non ha senso la mia vita senza un marito e una famiglia tutta mia..”

“Sono sempre in ansia per i miei figli ...sono l’unica mia ragione di vita...” “

.. Mio marito mi ha lasciata per un’ altra donna ...non sono riuscita a renderlo felice ..ora la mia vita è finita”


Cominciano così molte richieste di aiuto, e spesso, nel corso della mia esperienza clinica, ho sentito pronunciare queste frasi da molte pazienti nel setting terapeutico, tutte donne convinte di non essere mai sufficientemente adeguate o addirittura di non valere nulla, perennemente alla ricerca di conferme, di un supporto affettivo e della propria identità. Al di là dei sintomi ansiogeni, depressivi o psicosomatici riportati, emerge una comune sensazione di impotenza, incapacità di azione e di reazione agli eventi della vita, accompagnata spesso da un profondo senso di colpa e di autoaccusa. In tutte, però, ho sempre ‘sentito’ una forza nascosta, una energia segreta, pronta ad esplodere in sintomi, ma anche ad essere convogliata come propellente per rimettersi al centro della propria vita e “diventare ciò che si è”. Mi torna in mente un saggio letto qualche anno fa, “L’aggressività femminile “in cui Marina Valcarenghi, una psicanalista di formazione junghiana ,definisce questa “energia” “aggressività” e ne fornisce una interessante quanto originale lettura. Ritengo che sia stata una delle mie letture più nutrienti, ancora oggi attuale e ricca di spunti di riflessione, ecco perchè la riscopro presentandone il contenuto essenziale.

La Valcarenghi parte dall’assunto che l’aggressività, nella sua accezione generale, designi una disposizione che orienta la conquista e la difesa di un proprio territorio fisico, psichico e sociale e guidi a riconoscere, ad affermare e a proteggere la propria identità. L’istinto aggressivo, in quanto pulsione, appartiene sia al genere femminile che a quello maschile. Purtroppo però, sostiene la Valcarenghi, l’aggressività umana è malata e oscilla tra due poli opposti, ma ugualmente distruttivi: da una parte l'incapacità di difendere il proprio territorio, dall’altra l'incapacità di riconoscere il territorio altrui. Nel caso in cui l’aggressività è malata in senso deficitario viene rimossa e comporta l ‘incapacità di difendere il proprio spazio, invece, quando eccede viene agita attraverso l’aggressione e comporta l’incapacità di riconoscere, rispettare e difendere lo spazio altrui. Secondo la Valcarenghi, sul polo deficitario si colloca il genere femminile su quello opposto il genere maschile. Infatti, dall’analisi di molti contesti socio-culturali emerge predominante l’immagine della donna quale creatura fragile e indifesa, vittima della prevaricante aggressività maschile., Indagando l'inconscio delle sue pazienti, soprattutto attraverso l’analisi dei sogni, rileva che un diffuso complesso di sofferenze e frustrazioni e la maggioraza dei sintomi riportati da donne sue pazienti ,quali ansia e depressione, rimandano ad un deficit aggressivo che, apparentemente, sembra faccia parte del “corredo” genetico di ogni donna . Quando questo deficit viene recuperato e viene ristabilita una giusta autodifesa i sintomi scompaiono. Sembra legittimo chiedersi: ma questa ipoaggressività se rappresenta un modo di essere naturale e geneticamente determinato perchè allora produce tanta sofferenza ?

Innanzitutto la Valcarenghi, da buona psicanalista junghiana, spiega la diffusione di questo modo di essere attribuibile e riscontrabile in tutto il genere femminile con l’intervento dell'inconscio collettivo che assorbe e conserva i valori e l'esperienza della collettività nel senso longitudinale e trasversale del tempo e li comunica attraverso i sintomi e i sogni. Infatti, dall'analisi dei racconti delle sue pazienti, sembra emerge, da una parte una diffusa difficoltà a riconoscere la propria identità e a lavorare per costruire e proteggere un proprio progetto di vita, dall'altra una esasperata reattività di fronte agli ostacoli, considerata comunque una reazione al senso di impotenza. In qualunque caso, sia che si comportino in modo ipoaggressivo che iperaggressivo, queste donne risultano sconfitte! Quando non riescono a difendersi, il loro territorio viene invaso; quando invece, esasperate dal senso di impotenza ed eccesso di autodifesa, aggrediscono lo spazio altrui, ingenerando ansia e tensioni con l'ambiente circostante. Oltretutto, entrambe queste reazioni scatenano uno stato di angoscia che produce sintomi spesso anche a livello psicosomatico. Un tale deficit aggressivo nel genere femminile non sarebbe mai stato valutato come una patologia, ma addirittura considerato una disposizione naturale del carattere femminile! La Vacarenghi, pertanto, sostiene che le donne non sarebbero prive di questo istinto, ma ne sarebbero state in qualche modo deprivate. Ma dal momento che nessun istinto può essere completamente cancellato, sarebbe più lecito supporre che sia stato represso e sospinto nell'inconscio e da lì continui a inviare segnali di disagio. L’aggressività femminile, dunque, avrebbe avuto libertà espressiva solo fino ad una certa fase dell’evoluzione del genere umano, poi sarebbe stata rimossa generando sintomi e disturbi. E’ possibile trovare tracce e testimonianza di questa rimozione sia nella tradizione leggendaria che nella storia. Nel mito del Mediterraneo, l’esistenza di alcune figure mitologiche, che corrispondono a verità collettive interiori spesso inconsce, offre la conferma di queste ipotesi: Medea che viene ripudiata da Giasone quando la sua aggressività e il suo sapere non gli sono più utili, Arianna, la principessa cretese, che viene ripudiata e abbandonata da Teseo quando ha svelato tutti segreti del labirinto.

La tradizione antropologica e mitologica rivela come molti riti delle religioni ufficiali dell'antichità mostrino culti riservati alle donne in cui veniva confinata l'espressione degli istinti aggressivi femminili, una devianza comunque controllata in tempi e spazi precisi. La perdita della coscienza razionale, attraverso il vino e l’uso di sostanze allucinogene che inducevano in uno stato alterato della coscienza , consentiva di entare in contatto con gli strati profondi del proprio inconscio e con la propria aggressività rimossa e repressa dandone ampio sfogo attraverso riti orgiastici e di sangue. Ne forniscono un esempio i riti delle Baccanti nell’antica Grecia descritti da Euripide. Queste donne tebane, dette anche Menadi (pazze), per un certo periodo dell'anno si radunavano sul monte Elia e di notte partecipavano a riti orgiastici vietati agli uomini e si davano ad eccessi di ogni genere,ma terminato il rito riprendevano la loro vita di sacrificio e sottomissione.

Nel periodo del Medioevo, soprattutto in Europa, con l'affermarsi del patriarcato e del potere spirituale e temporale della Chiesa, l’ aggressività femminile è stata agita principalmente come devianza sociale, come testimonia il fenomeno della stregoneria. Sui roghi di tutta l'Europa è stata bruciata una grossa parte della personalità femminile!

Ma cosa avrebbe cagionato la repressione e la rimozione di questo istinto? La Valcarenghi ipotizza che la rimozione dell'aggressività femminile sia stata generata da una necessità evolutiva di conservazione della specie. Molto probabilmente in questa fase erano diventate necessarie caratteristiche spiccatamente maschili, pertanto le donne dovevano essere allontanate dal potere e perchè questo accadesse era necessario un depotenziamento della loro aggressività. Una tale ipotesi lascia presupporre l’esistenza di una diversità di genere per quanto concerne l’assetto delle caratteristiche della personalità. La Vancarenghi sostiene che, sebbene entrambi i generi siano caratterizzati dalla stessa intensità pulsionale emotiva ed intellettiva, tuttavia la forma e la direzione dell'energia sono prevalentemente diverse: il genere maschile e quello femminile entrano in contatto e vivono l'esperienza con modalita di pensiero sentimento e sessualità prevalentementi differenti. E’ importante sottolineare che sia l'aspetto maschile che quello femminile del pensiero, del sentimento e della sessualità sono presenti entrambi in ciascun individuo, ovviamente con la prevalenza dell'aspetto tipico del genere di appartenenza. Sembra opportuno quindi soffermarsi un momento a valutare queste differenze nello specifico.

Il pensiero maschile o penetrativo rappresenta il Logos per eccellenza su cui si fonda la cultura occidentale. Basato essenzialmente sulla razionalità, è analitico, perché procede per separazione e differenziazione che gli consentono di fare ordine, è logico-deduttivo, perché si fonda sul principio di causa effetto . E’orientato più a costruire o a distruggere che a conservare e tende a concentrarsi sull' oggetto di indagine per sviluppare una conoscenza soprattutto razionale.

Il pensiero femminile o ricettivo è lento è profondo e si basa soprattutto sull' osservazione e la contemplazione. Non penetra l'oggetto, ma tende ad assorbirlo. E’ orientato soprattutto alla sintesi piuttosto che all'analisi del contesto e ne esamina i diversi aspetti mettendoli in reciproca relazione. Questa forma di conoscenza si muove attraverso la creazione di analogie e riesce ad arrivare a grandi livelli di profondità, avendo come dote essenziale la pazienza. Questo processo mentale tende ad accogliere e tenere insieme piuttosto che a separare, per far crescere e trasformare al suo interno e poi riportare alla luce.

Non di rado il pensiero femminile è stato confuso con l'intuizione, ma in realtà sono due processi diversi: il pensiero femminile si costituisce su un complesso di informazioni e dati esperienziali che sono consapevoli al soggetto, invece l'intuizione è un'ipotesi spontanea generata senza collegamento con i dati reali e, soprattutto, inconsapevole in quanto deriva dall'inconscio. Nel pensiero ricettivo rimane inconsapevole solo il passaggio dall’ insieme di informazioni raccolte dalla coscienza al risultato dell'elaborazione di questi . La Valcarenghi sostiene la complementarietà dei due modelli di pensiero che servono ad apportare contributi diversi, ugualmente necessari per prendere contatto in modo proficuo con l'esperienza. Il pensiero maschile è paragonabile alla luce del sole che colpisce in modo diretto e tagliente l'oggetto, lasciando l'ombra intorno, mentre, il pensiero femminile è paragonabile alla luce lunare che sfuma i contorni e irradia tutto intorno, cogliendo l'insieme delle cose.

La storia dell'Occidente ci mostra il naufragio dell'assoluta e indiscussa egemonia della forma di pensiero maschile che senza l'apporto compensativo del pensiero femminile è degenerato, avvelenato dalla smania di potere diventando ossessivo, dispotico e anche paranoico.

Il sentimento femminile, essenzialmente ricettivo. tende ad accogliere l'emozione e a rimanere centrato sulla percezione emotiva contemplando l'oggetto, lascendosene permeare. Il sentimento maschile, invece, sì dirige e agisce sull'oggetto esprimendosi attraverso l'impegno sociale e l ‘attaccamento al proprio lavoro, il desiderio di conoscenza e la dimensione progettuale. Il sentimento maschile non viene facilmente riconosciuto e, avvolto da una zona d'ombra, viene rimosso. Questa rimozione del sentimento lascia spazio alla vanità, al settarismo e anche alla violenza.Infatti, quando l'emozione non è condivisa ne riconosciuta arriva a qualunque cosa pur di affermarsi. La degenerazione del sentimento femminile,invece, porta all'incapacità di schierarsi, all'evitamento delle scelte e dei conflitti emotivi e alla esigenza di giustificare sempre gli altri.

Anche la sessualità viene vissuta con modalità diverse: la pulsione sessuale femminile si estrinseca nell'accogliere ,quella maschile nel penetrare. Sebbene il desiderio sessuale sia lo stesso, tuttavia per molti secoli, soprattutto nell'Occidente, l'istinto sessuale femminile è stato represso e rimosso insieme all'aggressività, provocando un blocco del desiderio associato a sensi sensi di colpa, generando frigidità , sintomi psicosomatici e comportamenti isterici. La repressione e la perversione dell’istinto sessuale hanno spostato la libido dalla sua direzione naturale verso comportamenti compensatori quali l'iperattività coatta, l'ansia di raggiungere il successo, il piacere dell'intrigo e della maldicenza. Come afferma la Valcarenghi “Vivere in pienezza la sessualità consegna definitivamente alla condizione di soggetti mentre vivere la sessualità in dipendenza dal desiderio altrui costringere la posizione di oggetti e quindi depriva di identità i desideri inevitabilmente di aggressività”(2).Infatti, il deficit aggressivo ha reso difficile non solo difendere, ma anche riconoscere i desideri propri da parte delle donne e ancor più difficile orientarsi nel mondo delle passioni. Il patrimonio passionale femminile e il desiderio di vivere in prima persona si sono andati così depauperando fino a trasformarsi nel desiderio di vivere in funzione degli altri, ingenerando problemi di dipendenza e attivando un vero e proprio circolo vizioso. Con l'affermazione del patriarcato , la rimozione dell'aggressività ha comportato anche la perdita dell'identità femminile e la chiusura verso il mondo delle relazioni personali. In particolare, l’aggressività rimossa si manifesta nelle donne attraverso sintomi maniacali, quali Invidia, maldicenza, prepotenza, arroganza e violenza soprattutto verbale; e sintomi depressivi quali vittimismo, masochismo, autosvalutazione, autolesionismo ,autocommiserazione. incapacità di problem solving ,caduta di autostima , perdita dell'umorismo e della creatività, incapacità di autodifesa e di autoaffermazione nella vita affettiva e in quella professionale

Questa repressione dell'istinto femminile pare sia stata compiuta senza una significativa opposizione da parte delle donne: esse si sono lasciate deprivare della loro libertà colludendo con gli uomini e accettando di diventare il sesso debole. Pertanto hanno introiettato una pretesa inferiorità intellettuale, spirituale e morale: tutta la storia delle donne è intessuta di pazienza, abnegazione e spirito di sacrificio, ma raramente di autodifesa. Ma perché la donna avrebbe accettato tanta oppressione e svilimento?

Come abbiamo visto, la Valcarenghi ipotizza che in una certa fase dell'evoluzione del genere umano la forma psichica e mentale più idonea a sopportare le responsabilità relative all'emergenza ambientale per la sopravvivenza della specie fosse quella maschile, di contro quella femminile avrebbe potuto costituire un ostacolo ai compiti evolutivi della specie. Pertanto sarebbe stata sacrificata per lasciare spazio ad una concentrazione di energia e di potere maschile a vantaggio di tutti. L'istinto di sopravvivenza, come dimostrato anche dall’etologia, avrebbe indotto gli uomini a costruire un'immagine della donna particolarmente negativa per poterla combatterla e annientarne il potere. Pertanto, la necessità dell'affermazione del primato maschile avrebbe comportato la neutralizzazione del potere femminile innanzitutto attivando la proiezione di caratteri minacciosi sulla personalità femminile .Dal canto loro le donne avrebbero consentito l'annientamento del loro potenziale aggressivo, interiorizzando questo processo come indispensabile sacrificio in nome della salvaguardia della specie. Si sarebbe quindi realizzato un vero e proprio processo adattivo alle realtà esterna e alle esigenze evolutive, generando una mutazione dell'istinto, un fenomeno radicale dunque, comprensibile solo con la pressione di una necessità conservativa. Purtroppo però, l'istinto dopo aver subito una mutazione così ingente, lo confermano gli studi della fisiologia, e dopo una lunga inattività, ha perso quasi completamente il suo potenziale. La necessità evolutiva e conservativa della specie, in realtà, prevedeva e necessitava solo di depotenziamento temporaneo dell'aggressività funzionale solo ad un allontanamento dalla gestione del potere. Una siffatta rimozione, però, ha comportato alle donne anche la perdita di altre parti importanti della propria identità e dei propri desideri, ingenerando al loro posto un enorme senso di colpa. Questo pesante interdetto non ha dato luogo solo all'impotenza, ma ha ingenerato anche una profonda identificazione nei desideri altrui e una soffocante dipendenza relazionale delle donne dagli uomini. La personalità femminile, dunque, è caratterizzata da un ingente senso di insicurezza e da una estrema fragilità tanto da sembrare una disposizione genetica.! Oggi, tuttavia, sebbene siano mutate le condizioni e le necessità evolutive che oscurarono l’identità femminile, questo istinto non trova ancora modo di risalire completamente alla coscienza. Certamente, a partire dal 1900, con l’inizio del declino del patriarcato, nella società occidentale sono state create le premesse contestuali per far riemergere l'identità collettiva femminile. Le donne hanno cominciato a prendere coscienza del loro stato ed è cominciata a riemergere lentamente l’ aggressività femminile. La donna non riesce, però, tuttora a rivalutare pienamente il proprio territorio psichico, affermando e riutilizzando le energie complementari fondamentali per un equilibrato e reale progresso del genere umano; continua ad abitare in un mondo ancora declinato al maschile e ad essere progressivamente cooptata da una cultura ancora fondamentalmente patriarcale. Infatti, l'integrazione sociale della donna sta venendo in modo poco incisivo e determinante, attraverso conformismo e adattamento a modelli di pensiero e azione decisamente maschili. In questo delicato momento storico, in particolare, il genere femminile sembra essere prigioniero in una doppia tenaglia: da una parte stanno riaffiorando alla coscienza l'aggressività e il desiderio repressi, cominciando ad esprimersi , dall’altra parte emerge un senso di colpa ancora più soffocante, originato sia dalla rinuncia ad esprimere questo patrimonio istintivo, ma contemporaneamente anche dalla sua stessa espressione che rompe un'abitudine millenaria. Questo spiegherebbe il comportamento contraddittorio di molte donne: studiano, ma non si laureano, si affermano professionalmente, ma restano imbrigliati nella rete della dipendenza affettiva o altre forme di dipendenza.

Dunque, come mai dopo tanti millenni di evoluzione esiste e perdura ancora l'aggressività femminile rimossa in un angolino dell'inconscio collettivo? La Valcarenghi sostiene che una coazione a ripetere, radicata nell'inconscio collettivo, comporta un prolungamento artificiale di uno status che appare addirittura naturale anche se non più necessario. La difficoltà di riappropriarsi del proprio mondo di desideri e di passioni è imputabile al divario temporale tra coscienza e inconscio: la coscienza trasforma la realtà in modo molto più veloce dell'inconscio. Pertanto, in altri termini, le donne riconoscono solo a livello razionale il proprio ricco mondo interiore, ma poi questo pensiero si scontra con un'abitudine millenaria di insicurezza e fragilità che viene dall'inconscio e genera angoscia, frustrazione e senso di colpa. In particolare il senso di colpa ha origine dalla mancanza di rispetto verso la propria identità, nel non riconoscersi e riconoscere i propri desideri ed è proprio questa consapevolezza ad indurre dei sintomi che in parte sono anche auto punitivi.

La persistenza del modello patriarcale ha ingenerato gravi conseguenze non solo sulla aggressività femminile, ma anche su quella maschile e soprattutto sulle dinamiche relazionali di genere. Infatti, l'energia aggressiva necessaria per stabilizzare il potere maschile, innanzitutto, ha generato dei meccanismi deliranti di potere. La crisi del sistema patriarcale poi ha creato disorientamento anche nell'inconscio collettivo maschile esasperando maggiormente l'aggressività, invece di attenuarla. Proprio a questa esasperazione prolungata dell’istinto aggressivo maschile la Valcarenghi attribuisce la responsabilità dei crudeli fenomeni di violenza e sopraffazione ai danni delle donne. Come sostiene la Valcarenghi, è arrivato il tempo di restituire riconoscimento all'autorità, all'intelligenza e all'”energia aggressiva” della donna; è arrivato il tempo in cui le caratteristiche precipue femminili come la lentezza che tiene conto della complessità ,la disposizione a costruire analogie e a prevedere esiti lungimiranti, la capacità relazionale e il forte interessamento per la natura contribuiscano a proseguire il lavoro di costruzione di un'umanità degna di questo nome.

Credo anche io che l’unica strada percorribile per affrontare il disagio del singolo individuo e dell’intera società possa essere quella di tenere viva la diversità di genere , accettarne la complementarietà delle competenze e delle risorse facendo riemergere l'aggressività femminile repressa e riscoprire un altro modo di costruire che comprende anche “il conservare” per integrare gli opposti in un equilibrio armonico, vessillo di una evoluzione autentica.

1) Marina Valcarenghi: “L’aggressività femminile”, la Feltrinelli,2003.

2) Ibidem, p.34




Dott.ssa Maria Zeccato

Comments


  • Black Twitter Icon
  • Black Facebook Icon
nunzia cangiano.jpg

                                                                                      RIFLESSIONI

Non c’è niente da aggiungere a ciò che sei, c’è solo da togliere. Plotino diceva: “Ogni giorno scolpisci la tua statua”. E come? Togliendo tutto ciò che è inutile, prima di tutto l’idea che hai di te, l’idea di quello che DEVI essere.

È importante smettere di cercare costantemente l'approvazione degli altri, di spiegare i nostri comportamenti e il nostro modo di essere. Dobbiamo impegnarci ad essere accolti per ciò che realmente siamo, senza dar troppo peso ai rimproveri e alle critiche, che spesso ci fanno sentire sbagliati. Dobbiamo cambiare prospettiva e considerare che forse sono gli altri che non hanno voluto davvero capire, che il loro giudizio affrettato è frutto del loro egoismo e invidia, piuttosto che del desiderio di comprensione reciproca. È più facile giudicare che mettersi in ascolto e cercare di comprendere.

Spesso, quando compiamo azioni di gentilezza o aiutiamo qualcun altro, ci aspettiamo un riconoscimento o almeno una piccola ricompensa. Tuttavia, molte volte siamo mossi semplicemente dalla gratificazione di essere utili e di fare qualcosa per migliorare lo stato d'animo o la situazione di un'altra persona. Questo concetto può essere difficile da far comprendere agli altri perché non tutti considerano tali comportamenti come qualcosa di scontato.

Mi sono sempre sentita priva di valorizzazione, spesso considerandomi sbagliata, cretina o inadeguata. Penso che molti vivano questa condizione psicologica, e anch'io faccio parte di questa numerosa platea. Essere consapevoli di fare del bene o ricevere complimenti non basta a farci sentire apprezzati. Tuttavia, tali esperienze servono a noi stessi per liberarci da pesanti etichette che ci definiscono come incapaci, cretini o inadeguati.

Il ruolo della famiglia nella nostra crescita e sviluppo psicologico è fondamentale, poiché i rapporti con genitori, fratelli e sorelle influenzano profondamente la nostra formazione, sia durante l'infanzia che nell'età adulta. A volte, senza volerlo, possono crearsi degli stereotipi che ci dipingono come incapaci o inadeguati, e queste dinamiche possono portare a insicurezze che ci accompagnano per gran parte della nostra vita.

Riflettiamo sulle ragioni di questo comportamento, cercando di capire perché hanno agito così ripetutamente. Forse il loro atteggiamento non era intenzionale per farci del male, ma comunque ha provocato delle ferite. Ci chiediamo se lo facevano per sentirsi migliori o superiori, oppure se semplicemente non ci capivano. Ma tutto ciò appartiene al passato, e dovremmo rispondere a queste domande per chiudere un capitolo e guardare avanti.

È il momento di darci un taglio, di lasciar andare queste esperienze passate. Dimentichiamo, nel senso di non permettere che ci influenzino negativamente nel presente. Mettiamo questi ricordi nel cassetto dei ricordi, senza lasciarli dominare la nostra vita attuale. Dobbiamo imparare a valorizzarci, a vedere il nostro vero valore e a superare gli stereotipi che ci sono stati attribuiti. Solo così potremo costruire una visione positiva di noi stessi e andare avanti nella vita con fiducia e serenità.

È veramente difficile farlo perché questo comportamento non solo ci ha fatto soffrire ma ha condizionato gran parte delle nostre scelte passate e presenti.

Forse un piccolo spiraglio non irragiungibile ma difficile è proprio quello di cominciare a scolpire oggi la nostra statua cercando di amare dal profondo la materia che stiamo utilizzando.

Non bisogna fare tutto e di più ma fare il possibile senza fretta. Realizzare se stessi non è un obiettivo, ma un viaggio. Una ferita può diventare l’emblema del nostro essere più autentico.

Le ferite e i dolori che ho attraversato non mi hanno resa una persona diffidente, né hanno cambiato il mio carattere o il modo di agire. Al contrario, mi hanno insegnato a valutare e apprezzare ogni piccolo passo avanti nella mia crescita personale. Queste esperienze mi hanno resa più forte e mi hanno permesso di guarire da sola, senza dipendere dagli altri per superare le difficoltà.

Mi hanno insegnato l'importanza di accettare il dolore come parte integrante della vita. Ho imparato che il dolore fa parte del cammino di crescita e sviluppo personale, e che può insegnarci preziose lezioni. Ho imparato a guardare al passato con compassione anziché rabbia, e a vedere le ferite come opportunità di crescita e trasformazione.

Non ho permesso che le ferite mi definissero o mi imprigionassero in una mentalità negativa. Al contrario, ho scelto di prendermi cura di me stessa, di guarire e di crescere da queste esperienze. Ho imparato a riconoscere il mio valore e a nutrire una sana autostima, basata sulla consapevolezza dei miei punti di forza e delle mie capacità.

Ogni giorno cerco di coltivare la gratitudine per ciò che ho e per le lezioni che ho imparato lungo il percorso. So che il dolore può essere un insegnante prezioso e che può guidarmi verso una maggiore comprensione di me stessa e degli altri. Invece di chiudermi nel dolore, ho scelto di aprirmi alla vita e di abbracciare le sfide che mi si presentano.

Le ferite possono essere difficili da affrontare, ma ho imparato che possono anche essere un trampolino di lancio per la crescita e l'autorealizzazione. Sono grata per tutto ciò che ho vissuto e per le esperienze che mi hanno reso la persona che sono oggi. Sono consapevole che il cammino della vita è fatto di alti e bassi, e mi impegno a navigarlo con coraggio, resilienza e un cuore aperto.

Evitare il dolore e ciò che ci fa male può sembrare un istinto naturale per proteggerci da ulteriori ferite. Tuttavia, ho imparato che chiuderci a chiave per timore di essere feriti di nuovo non è la risposta. Ognuno di noi è un individuo unico, e il fatto che qualcuno ci abbia ferito in passato non significa che tutti gli altri faranno lo stesso.

È importante riconoscere che ogni persona è diversa, con le proprie esperienze di vita, punti di vista e modi di essere. Non possiamo giudicare gli altri sulla base delle ferite che abbiamo subito da qualcun altro. È un'ingiustizia per loro e per noi stessi. Dobbiamo essere aperti a conoscere le persone per quello che sono veramente, senza sovrapporre le nostre aspettative o desideri su di loro.

Non possiamo dipingere le persone a nostro piacimento, come se fossero dei quadri da completare. Ognuno di noi è un lavoro in corso, con le proprie sfumature e imperfezioni. È necessario accettare gli altri per quello che sono e concedere loro il tempo e lo spazio per rivelarci i loro colori autentici.

Sarà l'esperienza con gli altri a donarci i colori della relazione, con le sfumature dei comportamenti e delle interazioni. È attraverso queste esperienze che possiamo costruire connessioni significative e sviluppare relazioni autentiche. Non possiamo forzare il processo, ma possiamo essere aperti a lasciarci sorprendere dagli altri e a permettere che le relazioni si sviluppino naturalmente.

Invece di temere il dolore o chiuderci, dobbiamo imparare a essere coraggiosi e a mantenere il cuore aperto. Ci saranno momenti in cui potremmo essere feriti nuovamente, ma ciò fa parte della vita e del processo di crescita. Ogni esperienza ci insegna qualcosa di prezioso e ci aiuta a diventare persone più sagge e compassionate.

Quindi, non dobbiamo aver paura di aprirci agli altri, di conoscerli veramente e di essere con loro nelle diverse sfumature della vita. Dobbiamo lasciare che siano loro a donarci i colori, mentre noi accettiamo e apprezziamo la bellezza e la complessità di ogni individuo che incontriamo lungo il nostro cammino.

Ognuno di noi è umano e, di conseguenza, nessuno è esente dagli errori o perfetto, neanche noi stessi. Questa consapevolezza ci invita a comprendere gli altri senza mascherare i loro difetti o enfatizzare eccessivamente i loro pregi. È fondamentale essere onesti e chiari nella valutazione delle persone che abbiamo di fronte, mettendo sulla bilancia sia i pregi che i difetti.

Quando entriamo in relazione con qualcuno, è essenziale cercare di vedere la persona per ciò che realmente è, senza sovrapporre idealizzazioni o giudizi preconcetti. Dobbiamo essere aperti a conoscere sia gli aspetti positivi che quelli meno positivi, perché solo così possiamo avere una percezione realistica dell'altro.

Valutare con chiarezza chi abbiamo di fronte significa essere consapevoli delle caratteristiche e delle peculiarità dell'individuo. Non dobbiamo cercare di mascherare o nascondere i suoi difetti, ma neanche esaltare eccessivamente solo i suoi pregi. Questo approccio ci consente di vedere l'intera persona e di stabilire un rapporto basato sulla comprensione autentica.

Quando prendiamo coscienza delle qualità positive e dei difetti di qualcuno, possiamo fare una scelta consapevole su come proseguire la nostra interazione con quella persona. Se i pregi superano i difetti, possiamo decidere di continuare la frequentazione con sincerità e apertura. In questo modo, possiamo beneficiare della conoscenza reciproca e imparare e crescere insieme.

D'altra parte, se la bilancia pende troppo verso i difetti e gli aspetti negativi superano quelli positivi, potremmo essere chiamati a riflettere e decidere se quella relazione è davvero sana e benefica per entrambi. In alcuni casi, potrebbe essere necessario stabilire dei confini o prendere decisioni più drastiche per proteggere noi stessi e la nostra salute emotiva.

Pertanto, la chiarezza di chi abbiamo di fronte ci permette di vedere le persone nella loro interezza, senza filtri o maschere. Questo approccio ci aiuta a costruire relazioni sincere e autentiche, basate sulla comprensione reciproca e sul rispetto per ciò che ciascun individuo è veramente. Accogliere l'altro nella sua completezza, con pregi e difetti, ci offre l'opportunità di crescere e imparare insieme, promuovendo un legame genuino e duraturo. 

La reciproca comprensione e il rispetto sono pilastri fondamentali in una relazione sana. Quando ci troviamo di fronte a una persona che non riesce a comprendere le nostre azioni, che giudica sommariamente i nostri comportamenti o massacra le nostre idee, è importante prendere consapevolezza di questa dinamica e considerare se sia davvero il percorso migliore per noi.

Ogni nostra azione dovrebbe essere ricevuta con una certa apertura e comprensione, senza il bisogno costante di doverla spiegare in modo puntiglioso. Un rapporto basato sulla fiducia e sull'empatia consente di comunicare liberamente e di esprimere i propri pensieri e sentimenti senza il timore di essere giudicati o fraintesi.

D'altro canto, la persona che abbiamo di fronte dovrebbe essere altrettanto disponibile a comprenderci e ad entrare in empatia con noi. Se costantemente ci giudica o ci ferisce con le sue parole e azioni, questo può avere un impatto negativo sulla nostra autostima e sulla salute della relazione stessa.

Se il rapporto con questa persona diventa troppo dannoso e non ci sentiamo valorizzati o rispettati, potrebbe essere il momento di prendere in considerazione un cambiamento di strada. La nostra salute emotiva è importante e dobbiamo proteggerci da situazioni che ci procurano solo ulteriori ferite.

Una delle forme più profonde di amore è volere il bene dell'altro. Imparare ad amare noi stessi è cruciale per la nostra felicità e benessere. Dobbiamo imparare a volerci bene e a trattarci con rispetto e gentilezza, come faremmo con una persona cara. Amare noi stessi ci permette di stabilire relazioni più sane e gratificanti con gli altri, perché siamo in grado di dare e ricevere amore in modo autentico e genuino.

In conclusione, è essenziale cercare relazioni in cui c'è spazio per la comprensione reciproca, il rispetto e l'empatia. Se una persona ci giudica costantemente o non è disposta a comprenderci, potrebbe essere opportuno considerare se sia il percorso migliore per noi. Dobbiamo imparare a volerci bene e a trattarci con amore e gentilezza, affinché possiamo costruire relazioni sane e gratificanti, in cui il bene di entrambi sia una priorità.

Nunzia Cangiano

 

 

 

 

                                                                                        LA MUSICA PER ME

 

Spesso mi trovo a fare un semplice confronto tra uno spartito ed una pagina di romanzo: entrambi raccontano una storia, chi con parole chi con dei suoni, quando si legge una pagina di romanzo ad alta voce è bene mettere la corretta enfasi su ogni parola, frase, e periodo. L'autore vuole comunicare, oltre che un evento, uno stato d'animo, un' emozione che conferisce a quell'evento un valore aggiuntivo. Ecco, la musica è la sublimazione di quello stato d'animo, ogni suono espresso con il giusto patos, unito alla moltitudine delle altre note crea un vortice di emozioni e sensazioni che nessun'altra forma d'arte può provocare.
Quando suono uno spartito, dentro di me vibrano le corde del mio cuore, e risuonano in armonia con quelle della chitarra che ho poggiata sul petto, come fosse essa stessa parte del miocardio, mettendo in ogni suono un po' della mia anima. Qui sta la differenza nell'ascoltare un musicista dal vivo e quella del sentirlo attraverso un apparecchio: l'anima.
Scrivere un romanzo non è diverso dal comporre un brano: lo scrittore ha 26 lettere, il musicista 12 suoni; il primo ha tante lingue, il secondo ha tanti strumenti; il primo ha pagine, righe o tastiere: il secondo ha pentagrammi, setticlavio, e... Tastiere.
L'improvvisazione, poi, è come scrivere a getto l'idea per un racconto o fondere il proprio con quello degli altri creando turbini emotivi.
Concludo dicendo che se potessi fare un' analogia direi che il musicista è uno scrittore la cui anima è l'inchiostro e il cui strumento è la pagina bianca, da riempire di note, fraseggi e suoni per creare un opera d'arte che rivive ogni volta che la si ascolta
Matteo Ferri.

Matteo Ferri
bottom of page